Intervista ad Antinisca Di Marco e Laura Tarantino
Antinisca Di Marco è professoressa di Informatica presso l'Università degli Studi dell'Aquila. I suoi ambiti di ricerca sono Ingegneria della qualità del software, Data Science e Software Fairness. É co-PI e coordinatrice di nodo dell'infrastruttura di ricerca europea SoBigData RI
Da febbraio 2026, è referente di Ateneo per l'Uguaglianza e le Pari Opportunità . Sin dal 2018 si occupa di tematiche relative al gender gap nelle tematiche STEM partecipando anche al progetto europeo Cost-Action EUGAIN.
É stata co-ideatrice del Pinkamp, una summer school intensiva per ragazze che frequentano le classi terze e quarte delle scuole secondarie superiori del territorio italiano. Sin dalla creazione del 2018, coordina il camp insieme con la prof.ssa Laura Tarantino.
Laura Tarantino è professoressa associata di Sistemi per l’Elaborazione dell’Informazione presso il Dipartimento di Ingegneria e Scienze dell’Informazione e Matematica dell’Università degli Studi dell’Aquila. Si occupa di Human-Computer Interaction con applicazioni a sistemi per Technology Enhanced Learning, Health-care, Disaster Management. È particolarmente interessata all’impatto sociale dell’ICT con particolare attenzione ai segmenti di popolazione fragili e vulnerabili. È fondatrice e co-coordinatrice del laboratorio interdisciplinare TetaLab (Technology Enhanced Treatment of Autism Lab). Dal 2019 è coordinatrice del progetto “PinKamP – le ragazze contano!" insieme alla prof.ssa Antinisca Di Marco.
1) Cosa potete dirci di questo progetto giunto alla sua nona edizione? Ha raggiunto le aspettative?
Antinisca: Il Pinkamp è ormai una realtà consolidata, ma che non smette mai di evolversi. Parliamo di una summer school intensiva e completamente gratuita di 75 ore per studentesse del terzo e quarto anno delle superiori. La formula è mista: una prima settimana online di introduzione ai concetti chiave e una seconda settimana interamente in presenza all'Aquila focalizzata sulla progettazione in team: le ragazze affiancate da tutor (studenti e studentesse di laurea magistrale e di dottorato dell'Università degli Studi dell'Aquila selezionati tramite bandi) lavorano in gruppi da cinque per ideare e sviluppare un progetto innovativo in uno dei domini applicativi selezionati. Le attività sono arricchite da incontri dedicati all'orientamento, alle soft skills e all'empowerment femminile. Il percorso si conclude con un contest finale, durante il quale i progetti vengono presentati a una giuria di qualità che premia il migliore per ciascun dominio applicativo.
Laura: L'obiettivo di fondo? Dimostrare sul campo che il talento, la logica e l'innovazione non hanno genere, scardinando stereotipi e potenziando la fiducia in sé stesse delle ragazze. Se penso che siamo partite nel 2018 con un solo dipartimento e oggi ne coordiniamo tre (DISIM, DSFC, DIIIE) su cinque domini applicativi – Informatica, Matematica, Fisica, Ingegneria dell'Informazione e Ingegneria Industriale – posso dire che le aspettative sono state ampiamente superate! In nove edizioni abbiamo accompagnato ben 395 ragazze. L'edizione 2026, in particolare, ha segnato il definitivo salto di scala nazionale: abbiamo accolto 65 Pinkampers da tutta Italia, incluse per la prima volta regioni come Sardegna e Piemonte, accanto a presenze storiche da Puglia, Trentino, Lazio e Campania. Ormai solo il 10% delle partecipanti proviene dall'Aquila: il Pinkamp è diventato una vera e propria comunità scientifica italiana al femminile.
Antinisca: E quest'anno la macchina organizzativa è stata straordinaria: dietro alle ragazze c'era una vera comunità di oltre 70 persone tra docenti, tutor di magistrale e dottorato, ricercatori ed esperte di soft skills e discriminazioni di genere. In più, abbiamo stretto una collaborazione formidabile con i grandi enti di ricerca della città : il Gran Sasso Science Institute (GSSI), nell'ambito del progetto SAFI3 finanziato dal MUR, e l'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN), che ha aperto alle ragazze le porte dei Laboratori Nazionali del Gran Sasso. Il coronamento è stato il contest finale del 27 giugno al Centro Congressi "Luigi Zordan", dove le ragazze hanno presentato i loro progetti a giurie di qualità , dimostrando di aver superato con entusiasmo il percorso impegnativo delle due settimane di camp, ottenendo anche un Open Badge da 3 crediti universitari. Ci piace sottolineare che nell’evento finale abbiamo avuto come ospite Vera Gheno con un intervento eccezionale sul tema "Prendere spazio: parole oltre i margini" che ha entusiasmato anche le famiglie.
2) La vostra iniziativa cerca di combattere gli stereotipi di genere, un ostacolo che impedisce alle ragazze di intraprendere una carriera STEM. Spesso stereotipi e pregiudizi nascono proprio all’interno della famiglia, come affrontarli?
Antinisca: Gli stereotipi sono insidiosi perché si tramandano inconsciamente, spesso nascosti dietro la "buona fede" o le tradizioni educative. Durante l'edizione di quest'anno, l'incontro con la sociolinguista Vera Gheno ci ha fatto riflettere su quanto persino i termini apparentemente affettuosi, come "principessa", portino con sé un immaginario di passività , di attesa che qualcuno decida al posto nostro. Se alle bambine continuiamo a trasmettere l'idea che debbano essere solo belle, accudenti o gentili, mentre la tecnologia e la logica sono "cose da maschi", creiamo una barriera invisibile ma potentissima.
Laura: Esatto, la famiglia è il primo terreno di gioco. È lì che si alimenta o si combatte il pregiudizio. Per citare Rita Levi-Montalcini: «Geneticamente uomo e donna sono identici. Non lo sono dal punto di vista epigenetico, cioè di formazione, perché lo sviluppo della donna è stato volontariamente bloccato». Affrontare questo nodo significa fare un esercizio di attenzione quotidiana sulle parole che usiamo, sui giochi che compriamo, sulle aspettative che proiettiamo su figli e figlie. È per questo che il Pinkamp non vuole essere solo un orientamento accademico, ma piuttosto un'operazione culturale che coinvolge inevitabilmente anche le famiglie delle partecipanti. Vogliamo offrire alle ragazze gli strumenti per scegliere il proprio futuro in piena libertà , senza lasciarsi condizionare dagli stereotipi, imparando a riconoscere il proprio valore, a rafforzare l'autostima e a seguire con coraggio le proprie passioni e il proprio talento.
3) Esiste il rischio che l'IA automatizzi e amplifichi le discriminazioni in attività come la selezione del personale, rendendo il "soffitto di cristallo" ancora più difficile da scardinare?
Laura: Il rischio è concreto ed è uno dei grandi temi etici del nostro tempo. Dobbiamo però chiarire che i modelli di AI non sono discriminatori di per sé: imparano semplicemente da ciò che gli diamo in pasto. Pensiamo alla selezione del personale: se un sistema di IA viene addestrato con i dati storici di aziende che per decenni hanno assunto o promosso prevalentemente uomini in ruoli chiave, la macchina "imparerà " che l'essere uomo è un fattore di successo, penalizzando automaticamente i profili femminili. Il pericolo è che il pregiudizio si nasconda dietro una maschera di "oggettività tecnologica", rendendo il cosiddetto “soffitto di cristallo†ancora più duro da scardinare.
Antinisca: Per questo l'intelligenza artificiale non deve mai sostituire il giudizio umano, ma restare uno strumento di supporto supervisionato e verificabile. Molti dei modelli attuali soffrono invece del problema della scarsa interpretabilità , sono delle "scatole nere" di cui è difficile tracciare l'esatta logica decisionale, il che rende cruciale lo sviluppo di audit e controlli etici. Non a caso l'Europa si è mossa con l'AI Act per regolamentare i sistemi ad alto rischio. La sfida dell'etica dell'IA unisce informatici, matematici, filosofi e giuristi. Se un'IA è progettata con cura e inclusività , può persino aiutarci a ridurre i nostri bias umani; se è lasciata a sé stessa, perpetuerà le ingiustizie del passato rendendole invisibili. La vera chiave di volta per evitare un'IA discriminatoria è quindi diversificare i team di progettazione: se a scrivere il codice sono squadre composte da sensibilità , esperienze e generi diversi, la tecnologia che ne deriva sarà intrinsecamente più inclusiva.
4) In che modo è possibile cambiare la situazione attuale che vede le donne lontane dalle carriere STEM? Può essere ad esempio utile dare visibilità a modelli di ruolo femminili?
Laura: Le role model sono fondamentali perché attivano il meccanismo dell'immedesimazione: vedere una scienziata o un'ingegnera affermata permette a una ragazza di pensare "se ci è riuscita lei, posso farlo anche io". Ma il punto è ancora più profondo. Le donne che ci hanno precedute hanno aperto strade che prima non esistevano, spesso affrontando ostacoli enormi e senza ricevere il giusto riconoscimento. Conoscere le loro storie significa comprendere che le STEM sono sempre state anche uno spazio delle donne, anche se questo è stato spesso nascosto. Dobbiamo quindi fare un passo in più ed estirpare quello che la storia della scienza chiama "effetto Matilda", ovvero la sistematica tendenza a sminuire o cancellare i contributi scientifici delle donne nei libri e nei media, o – peggio – attribuire i loro successi ai colleghi uomini. Se la narrazione esclude le donne, la percezione collettiva ovviamente si distorce.
Antinisca: È una questione di cultura universale. Ricordo un episodio in cui un docente di scuola superiore sosteneva di non spiegare le autrici di letteratura inglese perché "le donne scrivono solo di sentimenti". Eppure, studiamo l'Iliade, il De Bello Gallico o Machiavelli senza mai chiederci se la narrazione costante di guerre e potere possa risultare monotona per le studentesse; diamo semplicemente per scontato che quella sia cultura "universale", mentre quella prodotta dalle donne sia "di nicchia". Al Pinkamp rovesciamo questo paradigma: le ragazze non solo incontrano scienziate e mentor eccezionali, ma aprono ogni loro progetto del contest finale raccontando la storia di una scienziata del passato. Le STEM non sono un territorio straniero da conquistare, sono uno spazio che è sempre appartenuto alle donne.
Ma occorre rendere visibile il contributo delle donne in tutti gli ambiti del sapere: nella scienza, nella tecnologia, nella matematica, ma anche nella letteratura, nella filosofia, nella storia e nell'arte. Abbiamo bisogno di libri di testo che raccontino la storia nella sua interezza, restituendo alle donne il ruolo che hanno realmente avuto nella storia e nello sviluppo della conoscenza.
5) Quali strategie possono essere utili per incoraggiare le giovani donne a non essere solo "utenti" dell'IA, ma a diventare protagoniste nel settore?
Laura: Oggi l'IA pervade ogni nostra azione, dai feed dei social ai navigatori: gestisce già le nostre playlist, le nostre ricerche, le nostre mappe. Il primo passo è l'alfabetizzazione consapevole: capire come funziona lo strumento per non subirlo. Ma la vera sfida strategica è il passaggio da consumatrici a creatrici di tecnologia. Non è una questione di quote rosa, ma di qualità dell'innovazione: se l'IA guiderà le decisioni sulla salute, sulla finanza e sul lavoro del futuro, le donne devono essere al tavolo della progettazione. Lasciare che sia solo il genere maschile a progettare gli algoritmi significa lasciare che progettino il mondo in cui tutti vivremo.
Antinisca: Esatto, non possiamo permetterci questo vuoto di rappresentanza. Rinunciare a essere protagoniste di questa rivoluzione significherebbe lasciare che siano gli uomini a progettare il mondo in cui vivremo. Non possiamo permettercelo. Le donne devono partecipare non solo perché hanno diritto a farlo, ma perché il loro contributo è indispensabile. La loro creatività , le loro sensibilità , la loro capacità di leggere la complessità e di affrontare i problemi da prospettive diverse rappresentano un valore aggiunto per l'innovazione. Al Pinkamp le ragazze lavorano in team proprio su questo: passano dall'altra parte dello schermo. Diventano sviluppatrici, matematiche, fisiche, designer di soluzioni complesse. Quando si accorge di poter governare e plasmare una tecnologia, una studentessa cambia radicalmente prospettiva sul proprio percorso di studi e sul proprio potenziale professionale.
6) In generale, come possono le università e le scuole creare ambienti di apprendimento più inclusivi e meno competitivi in senso "maschile"?
Laura: È un discorso complesso, perché è una sfida che investe l'intera società . L'inclusione si costruisce fin dall'infanzia, in famiglia, e prosegue in tutti gli ambienti educativi e professionali. Per molti anni è passato il messaggio che le ragazze fossero meno portate per la scienza, la tecnologia o la matematica, oppure che il loro contributo fosse più legato alla cura che all'innovazione. È uno stereotipo che continua a influenzare aspettative, comportamenti e persino l'autostima di molte giovani. È importante anche sostituire la cultura della competizione fine a se stessa con la cultura della collaborazione, della curiosità e del pensiero critico. Scuole e università devono diventare spazi sicuri in cui è permesso sperimentare, fare domande e, soprattutto, sbagliare, capire che l'errore non è un fallimento identitario ma piuttosto una tappa fondamentale della sperimentazione scientifica.
Antinisca: Questa è esattamente la filosofia che applichiamo al Pinkamp. Noi non imponiamo schemi rigidi o risposte precostituite; forniamo gli strumenti tecnici e metodologici, affianchiamo le ragazze con tutor straordinari e poi diciamo alle ragazze: "Adesso inventate, collaborate, osate". E quando crei un ambiente inclusivo, privo di giudizio e di dinamiche aggressive, basato sulla fiducia reciproca, i risultati sono sempre sorprendenti: emergono idee di una creatività e di una complessità tecnica straordinarie. Il nostro compito, come docenti e come università , non è semplicemente convincere le ragazze che "possono farcela", ma costruire il contesto ideale affinché si accorgano, da sole, dell'immenso valore che hanno.
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